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Possiamo volare

Estratto da “Possiamo volare” libro di Guido Ottombrino

Non esiste niente fatta eccezione per gli atomi e lo spazio vuoto;

tutte le altre cose sono soltanto opinioni.


Democrito

Chi ha qualche conoscenza di linguistica o di PNL sa che la parola «attrazione» – come tutte quelle con il suffisso -zio-ne, -mento, -ita, -ismo, -tura, -ezza – è una «nominalizzazione», ovvero un’operazione che trasforma, nel nostro caso, il verbo «attrarre» nel sostantivo «attrazione», cristallizzando nel nome un processo che nel verbo è dinamico.

La parola «attrazione», infatti, è statica perché non stimola il cervello a porsi delle domande e a cercare delle risposte, mentre il termine «attrattore», derivato sempre dal verbo «attrarre», è un nome d’agente, ovvero un nome che designa chi agisce, solleticando la nostra curiosità di capire chi o cosa si nasconda dietro il sostantivo.

Se, per esempio, un agente immobiliare volesse vendervi uno stabile e vi dicesse: «La costruzione è stata realizzata a regola d’arte», magari sareste interessati a capire che cosa intenda con «a regola d’arte»; ma se vi dicesse: «Il costruttore ha realizzato l’edificio a regola d’arte» sono sicuro che vi verrebbe da chiedergli: «Chi è il costruttore?». La domanda sorge spontanea, perché mentre «la costruzione» indica l’edificio e quindi qualcosa di stati­co e già finito, «costruttore» è un termine dinamico che si riferisce a qualcuno che costruisce edifici e che magari ne ha fatti altri in precedenza e altri ne starà facendo. Sapendo chi è il costruttore, potreste chiedere ulteriori informazioni a chi ha acquistato in precedenza da lui e così via.

Potreste obiettare che la curiosità di sapere chi è il costruttore la avreste comunque, anche se l’agente immobiliare parlasse della «costruzione» e non del «costruttore», tuttavia nel secondo caso la domanda è istintiva, nel primo è meno immediata.

La stessa cosa vale per «attrazione» e «attrattore»: la prima parola è una nominalizzazione che indica un concetto generico e cristallizzato, la seconda chiama in causa qualcuno o qualcosa che attrae e quindi viene spontaneo cercare di capire chi sia l’attrattore.

Attrattori possono essere, per esempio, un centro commerciale o un parco giochi che attirano persone in un’area che prima dell’insediamento era deserta; un attrattore può essere un’industria che porta lavoro e crea le condizioni perché un’area depressa cominci a prosperare e a popolarsi; un attrattore è un’opera d’arte che attira turisti o anche una persona che catalizza l’attenzione degli altri in un contesto relazionale. Nei suddetti casi possiamo notare che l’attrattore non si limita ad attrarre ma definisce anche la forma dell’esperienza: un centro commerciale, un parco giochi, un’azienda, una persona carismatica sono tutti in grado di attrarre persone, ma lo fanno organizzandole in maniera evidentemente diversa.

La coscienza, pertanto, è un modello attrattore nel senso che definisce la forma e il significato degli eventi perché, come ho più volte ribadito, non è ciò che ci accade nella vita a determinare la nostra felicità o l’infelicità, ma piuttosto la parte che tali eventi recitano nella rappresentazione della nostra esistenza.

Conoscete persone che, anche in presenza di eventi lieti, appaiono piuttosto depresse e altre che sembrano allegre e spensierate nonostante abbiano numerosi problemi da risolvere? Conoscete persone che perdono il sonno per una multa dell’autovelox e altre che sono perseguitate dai creditori eppure si godono la vita? Conoscete persone che in qualunque cambiamento vedono sempre il lato negativo e altre che immediatamente si focalizzano sui benefici che esso potrebbe portare?

È evidente che in tali situazioni, più degli eventi, conta il «livello della coscienza» che plasma la realtà e la modella a propria immagine.

E differenti livelli di coscienza determinano anche comportamenti diversi, perché è certo che chi vede il lato positivo del cambiamento affronterà la prova con una piacevole eccitazione, si metterà in gioco e alla fine scoprirà che le proprie aspettative di crescita e miglioramento non sono state deluse. Chi, invece, vede il cambiamento come fonte di problemi si chiuderà nel proprio guscio, si sentirà vittima del destino, rimuginerà sul perché è toccato proprio a lui subire tale sorte e alla fine ne uscirà depresso e sfiduciato, esattamente come aveva previsto che sarebbe accaduto.

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La forza delle Emozioni – Conoscere noi stessi

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Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi ritrovarsi a volare…sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare un sottile dispiacere…Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore come la neve non fa rumore… guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire
E stringere le mani per fermare qualcosa che è dentro me ma nella mente tua non c’è ….tu chiamale se vuoi
emozioni!!

Le bellissime parole di Mogol, ci provocano emozioni e ci mettono in contatto con noi stessi, con i nostri sentimenti, ricordi, immagini e se viviamo fino in fondo tale esperienza, ci perdiamo nel nostro personale mondo, senza barriere, senza rumori esterni. Entriamo finalmente, in contatto con la nostra vera anima che, spesso soffochiamo in nome di una finta realtà. Conoscere le proprie emozioni significa conoscere, appunto, noi stessi nel bene e nel male senza vergogna e nel fare ciò potremmo riscoprirci migliori, più forte, maturi, e pronti ad affrontare ogni cosa. Le emozioni sono il nostro “carburante”, la carica di energia che ci sostiene nella realizzazione dei nostri intenti e nel perseguimento dei fini a cui la natura ci ha programmati. Senza emozioni, forse, il mondo si fermerebbe. Piaget le paragonò alla benzina che mette in azione il motore di un’automobile. Una mamma farebbe tanti sacrifici per i suoi figli se fosse sostenuta solo dalla forza della ragione? Saremmo così educati da evitare certi comportamenti asociali in pubblico se non esistesse dentro di noi un’emozione come il pudore?

Esse svolgono tre compiti delicati:

  1. Farci apprendere comportamenti di sopravvivenza– Emozioni come paura, ansia, tristezza, malumore fungono da campanelli d’allarme e mettono una persona nella condizione di fronteggiare situazioni di pericolo o cambiamento. Sono fenomeni adattivi , fondamentali perché l’organismo reagisca in modo adeguato agli stimoli esterni ed interni.

 

  1. Fungere da sintomi dei disturbi della personalità– L’angoscia, l’ansia, la paura l’insicurezza, il senso di colpa ecc, non sono altro che dei campanelli di allarme per farci sapere che dentro di noi c’è qualcosa che non va e che si è creata una situazione di squilibrio. Tutte le emozioni indicate sopra, cioè l’angoscia, l’ansia, la paura, servono per farci provare sofferenza e quindi a spingerci a fare qualcosa per riconquistare uno stato di benessere.

 

  1. Funzione Comunicativa– attraverso esse e la loro espressione ci mettiamo in contatto con gli altri, esprimiamo parti di noi all’altro e tale condivisione sta alla base della efficace relazionalità.

 

Imparare a riconoscerle ed esprimerle ci aiuta a rafforzare noi stessi e orientare meglio i nostri comportamenti quotidiani nei diversi contesti, siano essi familiari che lavorativi. A tal fine, ci sono tecniche e metodologie che possono aiutarci, se apprese, e utilizzare ogni qualvolta ne abbiamo bisogno per ripristinare il nostro benessere.

(Tina Sucapane)

La chiave del nostro potenziale è in noi

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Il potenziale in noi
Può sembrare una frase zen, ma in realtà non lo è. Le possibilità di riuscita nella vita di tutti i giorni o nell’attività lavorativa, nelle relazioni con gli altri o nello sport sono strettamente connesse alla voglia di farcela che è dentro ognuno di noi. Tuttavia, non tutti riescono ad ascoltare quella voce interna che incita al successo. In molti preferiscono dare ascolto a quanti gli dicono di restare con i piedi per terra, di non rischiare, perché non ce la potranno fare mai.

Non tutti sono in grado di valorizzarsi
La paura di cambiare la propria condizione spesso porta ad adagiarsi ad una vita che non soddisfa completamente: né da un punto di vista lavorativo né sentimentale. Questa condizione è molto comune, soprattutto in quanti si sono lasciati vivere, ossia hanno permesso alla vita di fare le scelte al posto proprio. Ci si trova allora intrappolati in una situazione di insoddisfazione, alla ricerca di qualcosa che possa portare la felicità, ma ancora una volta, l’errore principale è aspettare che il cambiamento arrivi. Sbagliato: il cambiamento deve partire dalla volontà dell’individuo, che deve imparare a valorizzarsi, mettendo in risalto le proprie capacità. Come? Riappropriandosi della propria vita, in modo graduale, naturalmente, per comprendere ogni passo che si sta facendo verso il cambiamento ed avere il tempo di riequilibrare questo nuovo se stessi.

Fiducia e positivita’
Ogni persona è condizionata, durante il proprio sviluppo e la propria crescita, dalle esperienze che ha vissuto, ma che non sempre permettono uno sviluppo del proprio potenziale. Anzi: in molti casi le potenzialità dell’individuo vengono mortificate da una serie di situazioni che portano alla sfiducia e all’abbattimento dell’autostima. Paure inconscie, convinzioni sbagliate e mancanza di sostegno da parte delle persone care, possono portare alla perdita della propria strada, alla mancata realizzazione dei propri sogni. Per provare a sovvertire questa situazione, per prima cosa è necessario ritrovare la fiducia e la positività, quei sentimenti che caratterizzano le persone pronte al cambiamento.

La strada giusta ad ogni eta’
Qual è il momento più idoneo per riscoprire se stessi? Il primo passo per poter ritrovare le potenzialità perse, è quello di sentire il bisogno di un cambiamento. Nel momento in cui ci si sente inadeguati, insoddisfatti o semplicemente poco sereni, allora quello è il momento giusto per fare un’autoanalisi e cercare di chiedersi come mai. Non esiste un’età migliore di un’altra per riscoprire le proprie potenzialità, anche se, in linea di massima, la maggior parte delle persone si rende conto del mancato utilizzo delle proprie potenzialità tra i trenta e i quarant’anni. Un’età in cui gli studi sono terminati, ci si affaccia al mondo del lavoro, si consolida la vita di famiglia e quindi, dopo tanti obiettivi esterni (laurea, matrimonio eccetera), si inizia a concentrarsi su se stessi e a porsi delle domande.
Quando non si è in grado di risvegliare il proprio potenziale da soli, un percorso di coaching è fondamentale, per imparare ad utilizzare gli strumenti di cui si è dotati ma che non si è in grado di sfruttare al meglio.

Emozioni e comunicazione non verbale

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Quel ragazzo è davvero indisponente! Non che dica o faccia qualcosa di particolarmente grave, ma ha quell’atteggiamento che dà sui nervi al solo guardarlo.

A tutti è capitato, parlando di qualcuno, di fare considerazioni simili.
A ben pensare, ci sono persone che, per un qualche motivo, trasmettono calma e serenità, mettendo a proprio agio chiunque abbiano di fronte, mentre altre, loro malgrado, suscitano istantanea e immotivata antipatia.
Perché succede questo?La comunicazione non verbale, una storia vecchia quanto l’uomo

 

L’uomo, come tutti i primati, è un animale sociale, non può cioè vivere come un essere solitario, ma ha la necessità biologica, fin dalla notte dei tempi, di associarsi con i propri simili, non solo per difendersi e per riuscire a cacciare prede di maggiori dimensioni, ma anche e soprattutto perché il contatto e il confronto con gli altri membri della sua specie sono scritti nel suo DNA.
La capacità di comprendere l’altro è sempre stata una priorità per riuscire a capirne le intenzioni.
Ben prima che si evolvesse il linguaggio, già il bisogno di comunicare era stato soddisfatto dalla comunicazione non verbale. In questo gioco di sguardi, atteggiamenti e modo di muoversi sta tutto un mondo di significati, non proferiti verbalmente, che, allora come oggi, causano emozioni e reazioni nell’interlocutore.
La prossemica del volto, cioè l’insieme di segni e significati che si riescono a trasmettere attraverso i movimenti facciali, riveste un ruolo fondamentale nelle emozioni che vengono trasmesse.
Ogni contatto interpersonale attiva una serie di circuiti neuronali, ossia dei percorsi mentali, specializzati nel determinare le intenzioni dell’interlocutore.
I processi valutativi messi in campo da elementi come il tono di voce, il portamento, lo stile dei movimenti e così via, sono regolati dalle parti più antiche del cervello, che sono le prime ad attivarsi.
Variabili più complesse, come la decifrazione dei suoni che formano le parole e l’attribuzione dei significati, invece, mettono in gioco dei livelli cognitivi superiori e meno istintuali. Per questo motivo, la comunicazione non verbale ricopre un ruolo centrale nel determinare la riuscita, o il fallimento, di un qualunque rapporto interpersonale.

Quanto conta la comunicazione non verbale?

Alcuni studi hanno dimostrato che, al termine di una conversazione, più del 90% delle parole pronunciate verranno dimenticate a pochi secondi dalla fine. La memoria, infatti, funziona come un gigantesco creatore di schemi, che fissa i concetti principali e rimuove tutti quei dettagli che possono poi essere dedotti successivamente. Pertanto, del fiume di parole pronunciate, il cervello immagazzinerà soltanto le più importanti e rimuoverà le altre.
Le sensazioni incamerate dalla parte più primordiale del sistema nervoso, molto più semplici, immediate e catalogabili, verranno invece mantenute, e costituiranno l’impressione generale che la persona si è formata di quella specifica chiacchierata.
Conoscere questi meccanismi può essere un valido aiuto in tutte quelle situazioni importanti della vita in cui non si sa come comportarsi, come un incontro amoroso a cui si tiene particolarmente, una cena d’affari, un esame universitario o un colloquio di lavoro.

L’importanza della prima impressione

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 Un vecchio adagio recita: “Non c’è mai una seconda occasione per fare una prima buona impressione”.

La prima impressione è un’opinione che si forma, in modo quasi immediato, nella mente di uno sconosciuto ogni volta che ci incontra.
Fin da piccoli ci insegnano che l’abito non fa il monaco, che bisogna conoscere l’interlocutore prima di giudicarlo, ma allo stesso tempo, ci dicono di non dare confidenza a persone poco raccomandabili. Come si riconosce una persona poco raccomandabile? Semplice, basta guardarla!

Come si forma la prima impressione

È sufficiente dare una rapida occhiata ad una persona, magari mentre attendiamo un autobus che non arriva in una stazione, per averne una prima impressione.
Quell’uomo appoggiato mollemente al palo degli orari, dai lineamenti duri, con le braccia ricoperte da tatuaggi e che indossa abiti troppo casual, per non dire sciatti, ci fa subito risuonare un campanello di allarme nella testa che ci avvisa di stare all’erta. Allora, quasi in maniera automatica, ci avviciniamo la borsa al fianco o ci tocchiamo la tasca posteriore dei pantaloni dove custodiamo il portafogli.
Se il giorno dopo dietro il bancone di un ufficio, un gentile signore sorridente in giacca e cravatta che siede ben dritto sulla propria poltrona, ci porge un modulo e ci spiega garbatamente come compilarlo, gliene siamo grati e lo reputiamo immediatamente una brava persona.
Il nostro cervello stenta a riconoscere in lui quell’estraneo inquietante incrociato la sera precedente.
La prima impressione è un meccanismo di difesa, che ha origini antichissime: l’uomo delle caverne, per sopravvivere, doveva saper riconoscere a colpo d’occhio se chi gli stava davanti era un amico o un nemico e si basava sul portamento e l’aspetto di chi aveva di fronte.
Uno sconosciuto, probabile membro di una tribù rivale, che si avvicinava a passi troppo decisi con un ghigno stampato sul volto macchiato di terra, probabilmente si era sporcato nel tentativo di introdursi di soppiatto in uno spazio non suo. Questa persona andava immediatamente individuata come nemico, così da poterlo neutralizzare, salvando se stessi e gli altri appartenenti al proprio clan.
Millenni di evoluzione non hanno cambiato questo atteggiamento cognitivo, creato dalla natura come parte fondamentale dell’istinto di sopravvivenza. Quindi, nonostante la cultura e le trasformazioni sociali, in realtà, l’abito FA il monaco!

 

I criteri su cui si basa la prima impressione

Per non ricevere una buona impressione da qualcuno, è sufficiente che il nostro interlocutore ci appaia minaccioso secondo un qualunque aspetto valutabile a prima vista: portamento, comportamento, tono di voce e abbigliamento.
Può sembrare un pregiudizio, ed in effetti lo è. Però, per comprendere il mondo, l’essere umano ha bisogno di classificarlo, categorizzando le proprie percezioni all’interno di macro-aree dai contorni netti e dalla facile definizione. Queste categorie si basano su forti contrapposizioni come buono/cattivo, salutare/nocivo o amico/nemico. L’istinto porta automaticamente a classificare negativamente ciò che non ha le caratteristiche esteriori che sono considerate normali attributi del concetto positivo.
Ecco spiegata la logica della prima impressione: nel dubbio, per tutelarci, classifichiamo come ostile chi non è chiaramente riconoscibile come innocuo. Conoscendo meglio quella persona, ascoltandone i discorsi, valutandone approfonditamente i comportamenti, avremo tempo e modo di cambiare opinione, rivalutarla.

Forse.

Vuoi comunicare bene? Attenzione alla distanza!

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A chiunque, girando per negozi anche solo per dare un’occhiata, è capitato, almeno una volta, di sentirsi a disagio perché una commessa troppo zelante si avvicinava eccessivamente per mostrare gli articoli e offrire saggi consigli.

Se anche il cliente aveva varcato la porta dell’edificio intenzionato ad acquistare qualcosa, probabilmente si è allontanato a mani vuote e, se anche ha comprato un prodotto, è uscito dalla bottega con una spiacevolissima sensazione di sentirsi in un qualche modo invaso, costretto a prendere qualcosa pur di far allontanare quell’invadente signorina.L’importanza della distanza interpersonale nella comunicazione

 

Quella fastidiosa impressione di cui tutti noi abbiamo fatto esperienza è dovuta al fatto che, quando un estraneo si avvicina eccessivamente alla nostra persona, ci sentiamo, ad un qualche livello, fisicamente minacciati e ci impedisce di muoverci liberamente,riducendo lo spazio intorno a noi e inducendoci una sensazione di soffocamento, anche se solo psicologico.
Avvalendosi dell’esempio di poco fa, è facile capire da cosa derivi questo insieme di emozioni e percezioni. Consideriamo la commessa un estraneo, cioè una persona con cui non si è stabilito un legame di fiducia.
Se, poco prima dell’ingresso nel negozio, prendendo un caffè al bar nelle vicinanze, avessimo per un qualche motivo scambiato due parole con quella donna e la conversazione ci fosse risultata piacevole, lo stesso identico scenario ci avrebbe dato molto meno fastidio, se non fatto piacere. Avremmo allora percepito come servizievole quella signorina e le sue attenzioni ci sarebbero parse non solo accettabili, ma magari anche appropriate e segno di professionalità. Ci saremmo sentiti dei clienti seguiti e soddisfatti.
Il cervello ha imparato, in millenni di evoluzione, che se un estraneo ci si avvicina troppo non è mai una cosa positiva. Sul piano puramente istintuale, si risveglia la consapevolezza che l’eccessiva prossimità del suo corpo al nostro gli consentirà facilmente di lederci; allo stesso tempo, la mancanza di spazio intorno a noi, ci impedirà di muoverci liberamente e di compiere quei movimenti che risulterebbero utili in fase difensiva.
L’istinto ci dice che gli estranei vanno tenuti a distanza, letteralmente.

La giusta distanza per una comunicazione efficace

Non esiste una misura, valida in assoluto, da fissare come distanza prestabilita per permettere una comunicazione efficace.
Tuttavia, tralasciando i legami familiari e affettivi, nei quali si sanno riconoscere, in genere, le distanze da interporre tra noi e l’interlocutore, in contesti più formali, almeno teoricamente, non devono scendere al di sotto di un braccio, meglio uno e mezzo.
Questo è lo spazio necessario per non invadere lo spazio dell’altro e poter avere con lui un minimo contatto, quello corrispondente, ad esempio, ad una stretta di mano. In questo modo, si abbatte quel muro di distacco che esiste tra due persone sconosciute, quel tanto che basta per poter dialogare e trasmettere informazioni utili, ma senza creare situazioni imbarazzanti e spiacevoli.
Le sensazioni negative dovute ad un eccesso di contatto, porterebbero l’interlocutore a voler troncare, il prima possibile la conversazione, per porre fine al senso di disagio. Inoltre, la pervadente sensazione di fastidio gli impedirebbe di concentrarsi sugli argomenti trattati, rendendo assai limitata l’efficacia della comunicazione stessa.